Archivi categoria: Progetto Giovani

SVE in Spagna – Animazione, cultura e cittadinanza europea

spagna_bandiera

Il Centro Sociocultural José Saramago Vite cerca un volontario SVE da affiancare al proprio staff.

  • Dove: Santiago de Compostela, Spagna
  • Quando: dal primo ottobre 2016 al 31 luglio 2017
  • Durata: 10 mesi

Il progetto

Obiettivi

Ai volontari saranno affidati diversi compiti, tra cui:

  • realizzazione di progetti culturali, innovativi e di qualità rivolti ai cittadini locali
  • trasmissione, attraverso attività culturali per bambini, di valori quali la solidarietà, la cittadinanza e la consapevolezza europee, la parità di genere
  • promozione della partecipazione civica e della cittadinanza europea tra i giovani
  • promozione della comprensione reciproca tra diverse culture, anche attraverso l’apprendimento di lingue straniere

Attività

  • Collaborazione con lo staff nella programmazione, nello sviluppo e nella valutazione delle attività dell’organizzazione, anche in occasione di ricorrenze festive
  • Gestione degli spazi dell’organizzazione
  • Sviluppo di attività interculturali, promuovendo la propria cultura di origine e collaborando in occasione di eventi legati al Programma Erasmus+ e allo SVE.

Requisiti

  • Interesse e motivazione per attività culturali con bambini, adolescenti e adulti
  • Capacità di comunicazione, competenze sociali e relazionali
  • Entusiasmo, creatività, spirito di iniziativa e adesione a valori come solidarietà e identità europea

Come candidarsi

Per presentare la propria candidatura è necessario scaricare e compilare l’apposito application form e inviarlo a sve@cxdonbosco.org,  includendo in copia di conoscenza (Cc) l’Ufficio Progetto Giovani (e-mail: evs@comune.padova.it), entro domenica 10 aprile 2016.
In fase di candidatura indicare i dati dell’Ufficio Progetto Giovani come “sending organisation”:

Ufficio Progetto Giovani – Comune di Padova (EI ref. 2013-IT-100)
Person in charge for E.V.S.: Michela Gamba
C/o Centro Culturale Altinate/ San Gaetano
Via Altinate, 71
35121 – Padova
Tel.: + 39 049 8204722 – Fax: 049 820 4722
E-mail: evs@comune.padova.it
Web site: www.progettogiovani.pd.it

Si prega di mettere sempre in copia di conoscenza (Cc) l’indirizzo evs@comune.padova.it in tutte le comunicazioni con l’ente di accoglienza.

Per informazioni

Per maggiori informazioni, contattare direttamente il referente dell’organizzazione di accoglienza Victor Mosquera (e-mail sve@cxdonbosco.org).

Fabio Roncato | Quotidiana16

roncato

Fabio Roncato nasce a Rimini nel 1982, vive e lavora tra Venezia e Padova.  Nei primi anni 2000 si trasferisce a Milano dove consegue il Diploma di Laurea quadriennale in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera, e dove si dedica al graffitismo. Trascorre un periodo a Berlino prima di ristabilirsi in Veneto.

L’invisibile oltre il fiume

Installazione, dispositivo di prospezione geofisica, eccitatori elettrodinamici, amplificatori, schede audio, compensato marino, pelle di capra, cera, corde di canapa, cuoio, ferro, cavi elettrici, tubi e giunti in ferro, dimensioni variabili, 2015

I territori su cui si genera l’opera sono quelli occidentali del Montello, Capo di Monte e Nervesa della Battaglia. Il lavoro si riferisce agli episodi della Prima Guerra Mondiale conosciuti come Battaglia del Solstizio (Giugno 1918). L’installazione si basa su un processo non invasivo di raccolta di dati sismici attraverso l’utilizzo di dispositivi di amplificazione o geofoni e descrive il paesaggio sepolto e le sue caratteristiche attraverso l’amplificazione delle disarmonie e delle imperfezioni di frequenza prodotte dalle alterazioni antropiche, dalla presenza di oggetti sepolti, di tunnel e di trincee. L’amplificazione del soundscape generatosi da questo dispositivo si compone in una parata, suonata da tre casse da guerra, ciascuna delle quali risponde ad uno degli assi cartesiani lungo i quali si propaga la vibrazione del terreno. Il lavoro rappresenta quello che resta di un suono d’incoraggiamento di fronte ad una battaglia imminente, parla di un passato remoto, lo fa riemergere e ne celebra la memoria.

I lavori di Fabio Roncato sono principalmente sculture, installazioni e rilevazioni audio sonore che riflettono sull’idea di territorio in costante trasformazione. Acquistando forma dall’ambiente con cui interagiscono, essi nascono essenzialmente dagli errori che l’artista fa nel tentativo di misurarlo e capirlo. È dalla valorizzazione di questi errori, nella loro accezione sia percettiva che fisica, che l’artista costruisce una saga alternativa, nata dalle alterazioni prodotte, capace di svelare quelle forze invisibili che raccontano una realtà oltre quella percepita.

Per informazioni

Fabio Roncato

Stefan Nestoroski | Quotidiana16

nestoroski

Stefan Nestoroski nasce a Struga ( Repubblica di Macedonia) nel 1989. Dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti di Firenze e alla LUCA School of Arts a Bruxelles, si trasferisce a Roma dove attualmente vive e lavora. Nel 2010 è finalista nel concorso Campolonghi per la Scultura e nel 2012 riceve una borsa di studio conferitagli dalla Società Umanitaria di Roma.

5’

Video, 5’, 2015

Il video riempie cinque minuti di silenzio. Aggregati uno all’altro, i frammenti che lo compongono provengono da filmati di piano recital: ogni segmento è la rara occorrenza di un vuoto assoluto, un intervallo muto tra l’ultima nota dell’esecuzione e il successivo applauso. Così inteso, il silenzio è pervaso da una profonda tensione, la brevissima controparte di trenta o quaranta minuti di performance, ed viene occasionalmente perforato da colpi di tosse, scricchiolii di sedie e dal rumore meccanico del rialzo dei tasti. Il silenzio, quindi, non è assoluto ma concettuale.

Nel puro ambiente della sala da concerti, solo due eventi acustici hanno rilievo semantico: i suoni prodotti dalle corde del pianoforte e l’applauso, mentre gli eventuali rumori non sono che occorrenze trasparenti e contingenti. Il lavoro, secondo Stefan Nestoroski, indipendentemente dai contenuti immediati, è quasi quello di un metafisico rinascimentale: una ricerca di essenze, un raffinare il dato di fatto, filtrare ed isolare il midollo, arrivare a una purità impersonale. Una forma di ostinato neo platonismo che sterra il solco tra dato “reale” e concetto cerebrale.

Per informazioni

Stefan Nestoroski

Caterina Morigi | Quotidiana16

morigi

Caterina Morigi nasce nel 1991 a Ravenna. Laureatasi nel 2013 in Arti Visive e dello Spettacolo presso lo IUAV di Venezia, attualmente continua gli studi presso il medesimo ateneo frequentando il Corso di laurea magistrale in Arti Visive e Moda. Nel 2014 trascorre un periodo di studio a Parigi, presso l’università Paris8 – Saint Denis. Nel 2015 è assegnataria di uno studio presso la Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia.

Entre

Scansione da negativo, due stampe fotografiche e stampa su carta da parati, 7 x 10 cm e 300 x 400 cm ciascuna, 2015

Le due fotografie che compongono Entre fanno parte del progetto SEUILS, una ricerca che nasce a seguito di una riflessione sulla differenza tra il vedere e il guardare. “Vedere” contiene in sé un aspetto più fugace e passivo rispetto a “guardare” che definisce invece un’azione prolungata e cosciente. L’attività di guardare è un’intenzionalità che presuppone la scelta di una parte del campo visivo, che si traduce in fotografia nella selezione di una porzione di spazio da includere nel quadro. Non è semplice distinguere dove sia la soglia tra la scelta consapevole di un soggetto e di una struttura, e lo sfondo inconscio di questa scelta. Il lavoro vuole quindi esplicitare il discorso che ruota attorno ai due concetti di visione ed allo stesso tempo creare una similitudine visiva tra il micro e il macro della materia.

L’esagerazione delle dimensioni delle due fotografie, calibrate con il punto di vista dello spettatore, rallentano la giusta percezione dell’immagine e complicano il processo di comprensione che l’osservatore normalmente compie cercando indizi che possano ricondurlo alla scala delle immagini. Infatti, occorre qualche secondo per poter riconoscere una fotografia macro da un paesaggio e questo tempo varia a seconda di chi guarda e della sua attitudine al guardare. Inoltre, sono proprio gli indizi umani (l’impronta di una scarpa e un uomo con i pantaloni blu) il principale appiglio al quale ci aggrappiamo per stabilire la scala delle due fotografie e collegarle alla realtà che conosciamo.

Per informazioni

Caterina Morigi

Mona Mohagheghi | Quotidiana16

mohagheghi

Mona Mohagheghi nasce a Tehran nel 1981. Inizia un percorso di studi in area scientifica e si laurea in Matematica all’Università di Teheran nel 2004. Nel 2005 si trasferisce a Firenze e frequenta l’Accademia di Belle Arti diplomandosi in Pittura e completando gli studi nel 2012 con il Biennio specialistico in Arti Visive e 
Nuovi Linguaggi Espressivi.

Una mappatura per i tempi di attesa

Due stampe su cartoncino, molle fermacarte, due cornici di legno con vetro, 45 x 70 cm ciascuna, 2015

La ricerca artistica di Mona Mohagheghi si connota come una riflessione sui concetti socio-politici e sulle tematiche del tempo, della memoria e dell’identità, utilizzando linguaggi diversi, soprattutto l’installazione e il video. Mohagheghi ha trascorso cinque giorni cercando lavoro e promuovendo proposte culturali in diverse località toscane, spesso senza ricevere una risposta chiara o un risultato concreto. Ha registrato i suoi movimenti nello spazio nell’arco di cinque ore della giornata e li ha documentati trascrivendone le coordinate geografiche. La percezione del tempo cambia nei momenti di attesa e la maggior parte di queste ore passate a girare per la Toscana vengono vissuti come tempi persi e meno produttivi.

Parallelamente, Mohagheghi ha studiato la situazione dei posti di blocco controllati dalle milizie israeliane nei territori palestinesi occupati a West Bank, in particolare quella del checkpoint 300 a Bethlehem, attraversato ogni mattina da più di seimila palestinesi per raggiungere le proprie case, scuole e luoghi di lavoro. In media, ci vogliono trenta minuti per passare da una parte all’altra e, se un cancello è chiuso, altri trenta minuti. La distanza tra l’ingresso e l’uscita è di appena due chilometri e ci vogliono comunque dalle due ore e mezza alle cinque ore di attesa in coda. Le condizioni umanitarie in questi posti di blocco sono sempre peggiori e umilianti. La percezione del tempo perso per un palestinese medio, oltre ad essere diversa, è legata anche a un superamento di sentimenti di paura e di umiliazione, diventati ormai parte della quotidianità. La stessa cronologia che scandisce una giornata può così avere un senso diverso da un’altra parte del mondo, su un’altra coordinata geografica.

Per informazioni

Mona Mohagheghi

Martina Melilli | Quotidiana16

melilli

Martina Melilli nasce a Padova nel 1987. Laureata in Arti Visive (IUAV), ha approfondito gli studi sul cinema documentario e sperimentale alla Luca School of Arts. Ha fatto parte dei collettivi SoundLab-Sonic GardeningURBE, entrambi aventi base a Bruxelles, e Marsala 11, focalizzati sulla ricerca, l’ascolto e la percezione dello spazio urbano. A Bruxelles dal 2010, collabora con la piattaforma artistica Auguste Orts. Nello stesso anno si trasferisce a Bari, dove nel 2015 – con Andrea Sgobba e Cristina D’Eredità – fonda l’associazione culturale OnDocks, impegnata nella promozione del genere documentario.

A Bruxelles è parte del collettivo di video-artisti TRIPOT e nel 2015 frequenta il SIC (Sound Image Culture). Il suo cortometraggio “Il quarto giorno di scuola” è selezionato per l’International Film Festival Rotterdam 2016. Sta lavorando al suo primo lungometraggio e vive tra Bruxelles, Bari e Legnaro.

Il quarto giorno di scuola

Video HD, 5’03”, 2015

Un bambino racconta il suo quarto giorno di scuola in un paese nuovo, dopo essere arrivato dall’Africa. Dovrebbe essere italiano, ma in qualche modo non lo è. Senza memoria, il presente continua ad inseguire il passato, nella circolarità della Storia. L’artista galleggia nel mare della post-memoria, racconta con le parole del padre e le immagini d’archivio una storia che va oltre i confini dell’esperienza individuale, dove il passato di una persona diventa il presente di una nazione, in un tempo di migrazioni di massa.

L’approccio dell’artista è spesso di tipo antropologico e documentaristico, ponendo un interesse particolare all’immaginario individuale e collettivo legato alla memoria, alla Storia e alla realtà, oltre che alla relazione tra l’individuo e lo spazio che lo circonda; il movimento attraverso questo spazio e il senso di appartenenza; la connessione e il confronto tra l’intimo e l’universale.

Per informazioni

Martina Melilli

Riccardo Giacconi | Quotidiana16

giacconi

Riccardo Giacconi nasce a San Severino Marche nel 1985. Vive e lavora tra Venezia e Milano. Ha studiato Arti Visive presso l’Università IUAV di Venezia, la University of the West of England di Bristol e la New York University. Il suo lavoro è stato presentato in varie esposizioni, fra cui il FRAC Champagne-Ardenne (Reims), Tranzitdisplay (Praga), Peep-Hole (Milano), Fondazione Sandretto Re Rebaudengo (Torino) e nella sezione Résonance della Biennale de Lyon. Ha svolto diverse residenze per artisti, fra cui Viafarini (Milano), Lugar A Dudas (Cali, Colombia), La Box (Bourges, Francia) e al MACRO – Museo d’arte contemporanea di Roma. Ha presentato i suoi film in diversi festival, fra cui il Festival Internazionale del Film di Roma, il Torino Film Festival e il FID Marseille International Film Festival. Nel 2007 ha co-fondato il collettivo Blauer Hase con cui cura la pubblicazione periodica Paesaggio e il festival Helicotrema.

10 piccoli indiani

video HD, 14’, 2014

A metà tra il documentario e l’adattamento del romanzo “10 piccoli indiani” di Agatha Christie, il video documenta la storia di un adolescente in un paesino dell’Italia centrale che, un pomeriggio, entra in un edificio abbandonato e inizia a metterne in scena gli oggetti in una sorta di “deriva” vandalistica.

Nei frammenti letterari che si confondono con la vita reale, Giacconi compone un dialogo tra realtà e finzione che destruttura l’andamento lineare narrativo. Uno degli interessi centrali del lavoro dell’artista riguarda le forme di narrazione e, in particolare, la produzione di contesti e dinamiche che circondano l’aspetto performativo ad esse intrinseca. Il tentativo di costruire costellazioni tra differenti momenti nel tempo e nello spazio, è utilizzato come tecnica per produrre un’interpretazione dell’evento, che lentamente parte da un punto fermo convenzionale per arrivare a un punto di vista trasversale.

Riccardo Giacconi

Marco Gobbi | Quotidiana16

gobbi

Marco Gobbi nasce nel 1985 a Brescia. Formatosi presso l‘Accademia di Belle Arti di Venezia, nel 2013 è assegnatario di un atelier presso la Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia con il progetto How We Dwell (Make Your Own Residence) con Cristiano Menchini, Andrea Grotto e Adriano Valeri. Nel 2015 è artista in residenza presso The Atelierhaus Salzamt a Linz e presso la Jan van Eyck Academie di Maastricht. Attualmente vive e lavora a Venezia.

Far from what once was

Olio su tavola e intaglio, quadro trovato, legno di cirmolo, metallo, dimensioni variabili, 2014

Il lavoro è composto da due opere pittoriche in dialogo tra loro: un piccolo quadretto trovato in un mercato dell’antiquario, completamente danneggiato, sul quale non è più possibile distinguere ciò che era stato originariamente rappresentato, e la sua riproduzione, una copia realizzata raddoppiando le misure dell’originale. Risulta interessante poter pensare a come nel corso del tempo il soggetto del quadro sia potuto cambiare e oggi appaia ai nostri occhi in maniera completamente trasfigurata, certamente lontano da quello che il suo autore aveva deciso di dipingere.

La pittura diventa quindi un palinsesto attraverso il quale è possibile leggere il passare del tempo e lo stratificarsi di segni e significati ormai perduti, ancora interpretabile alla luce di molteplici possibili narrazioni e di inaspettati finali. La copia ingrandita del quadretto realizzata da Marco Gobbi si appropria non solo delle fattezze dell’originale, ma anche di una delle sue possibili letture.

Marco Gobbi

Valentina Furian | Quotidiana16

furian

Valentina Furian nasce a Venezia nel 1989, dove vive e lavora. Attualmente è iscritta al corso magistrale di Arti Visive e Moda allo IUAV di Venezia. Nel 2016 viene selezionata come finalista per il concorso ArteVisione promosso da SkyArte e l’associazione Careof di Milano. Frequenta il workshop Matter as experience di UNIDEE di Fondazione Pistoletto, con Andrea Caretto e Raffaella Spagna e sempre nello stesso anno partecipa alla residenza presso Fondazione SpinolaBanna con Lara Favaretto. Partecipa a diverse mostre collettive tra cui nel 2015 DANCE, DANCE, DANCE, mostra degli artisti finalisti promossa da StoneFly e Bevilacqua la Masa, Venezia, e Academy Awards,  ViaFarini, Milano.

Qui ci sono i leoni

Video HD, proiezione a doppio canale, 4’55’’ loop, 2015

Nella cartografia antica, la locuzione latina Hic sunt leones (Qui ci sono i leoni) fungeva da monito a non proseguire oltre i confini conosciuti, per scoraggiare le ricerche in territori selvaggi e inesplorati. L’uomo si è spinto però ben oltre i confini del noto, i leoni sono stati raggiunti; la tassidermia sembra esserne una prova per l’eternità. Nella preparazione degli esemplari in posa è necessaria un’attitudine speciale, un certo “genio artistico”, poiché è richiesta un’attenzione straordinaria per imitare nel modo più fedele possibile la forma naturale dell’animale. L’opera di Furian gioca sul sottile limite, ma anche sull’incontro, tra realtà e riproduzione, tra creatore e creatura, tra uomo e natura. Il “prendersi cura” diviene uno strumento di conoscenza delle cose sconosciute, i qui detti “leones”. L’indagine dell’artista si sviluppa a partire dalla necessità umana di cura e conservazione, nell’approfondimento di temi strettamente connessi tra uomo e natura. Si focalizza sulla connessione di luoghi geografici e spazi fisici e percettivi distanti tra loro, che vengono accostati in una dimensione in cui il confine tra realtà e finzione è molto sottile.

Video realizzato grazie alla collaborazione di StoneFly srl, Fondazione Bevilacqua la Masa, Animal Factor Studio di Padova, MUSE Museo delle Scienze di Trento e Museo Civico di Storia Naturale di Milano.

Valentina Furian

Francesca Ferreri | Quotidiana 16

ferreri

Francesca Ferreri nasce a Savigliano (CN) nel 1981. Vive e lavora a Torino. Si diploma in Pittura presso l’Accademia Albertina delle Belle Arti di Torino. Nel 2011 partecipa a Solid Void, ideato da Progetto Diogene di Torino. È vincitrice di una residenza a CARS, ad Omegna (VB), e nel 2014 il suo lavoro viene acquisito dal Fondo Acquisizioni Art Verona, per la collezione Palazzo Forti di Verona. Nel 2015 vince il Premio Rugabella per una mostra personale presso Villa Rusconi, a Castano Primo (MI).

Eterocronie

Serie in progress, oggetti, gesso, pigmenti, 2013-2015

La serie di sculture nasce dall’intento di “ricostruire” un oggetto immaginario a partire da elementi esistenti. L’opera nasce dalla volontà di affrontare quegli spazi che intercorrono nella relazione fra più oggetti. Questi spazi vuoti, su cui intervengo con gesso e calce, da iniziale elemento di connessione si evidenziano consolidandosi come struttura, divenendo infine l’armatura stessa della scultura. Ogni passaggio è leggibile nelle zone di colore che testimoniano il processo delle ricostruzioni precedenti.

La ricerca di Francesca Ferreri nasce dalla considerazione dell’inbetweening come stato dell’essere, stato della forma e condizione della materia. Il termine, preso in prestito dall’animazione cinematografica, condensa l’idea di passaggio nel suo svolgersi al presente, mantenendo un costante riferimento al continuo avvenire di un’azione. Attraverso la ridefinizione del rapporto tra la fase e il processo, tra la parte ed il tutto, tra soggetto e supporto, l’artista porta avanti una ricerca che esporta il concetto di inbetweening con una costante sensibile ai modi che il linguaggio del disegno può assumere.

Per informazioni

Francesca Ferreri